Federambulanze interviene sul dibattito riaperto dalla morte di Abderrahim Fakir a Bologna: «Non entriamo nel merito del singolo caso, che spetta alla magistratura. Ma quella vicenda dice una cosa strutturale: nel 2026 non è più accettabile che un paziente venga preso in carico sul territorio senza che un professionista sanitario lo abbia gestito».
La morte di Abderrahim Fakir, deceduto a Bologna lo scorso 19 luglio durante un’operazione delle forze dell’ordine e sotto gli occhi di un equipaggio di soccorritori volontari, ha riacceso in poche ore un dibattito che il settore dell’emergenza-urgenza porta avanti da anni. La Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu) ha chiesto ai ministri della Salute e dell’Interno un tavolo tecnico sulla gestione degli stati di agitazione psicomotoria acuta e del cosiddetto delirio iperattivo; altre voci parlano di omissione di soccorso. Federambulanze sceglie di non entrare nel merito del caso specifico ma accende un faro su centinaia di migliaia di soccorsi in ambulanza gestiti da personale laico, non professionale.
«Sul singolo episodio valuterà l’autorità giudiziaria e non spetta a noi stabilire se ci siano state responsabilità individuali», premette Flavio Ronzi, presidente di Federambulanze. «Quello che possiamo dire, per ciò che è stato ricostruito e per quel che si vede dalle immagini, è che le modalità di gestione, il movimento del team e la sequenza delle attività non sono da protocollo. Paura, inesperienza, mancanza di competenze: possono essere mille i fattori da dover prendere in considerazione in quei momenti. Ma sarebbe un errore fermarsi lì: il vero tema non è il singolo soccorritore, è il sistema».
Il presidente tiene a chiarire un punto: «Non abbiamo alcuna intenzione di entrare nel merito dei soccorritori volontari. Fanno quello che possono, all’interno delle normative che regolano la loro attività, e svolgono un lavoro sicuramente meritorio. Il problema è a monte: nel 2026 non possiamo basare il soccorso sullo stesso modello di cento anni fa, quando le società di pubblica assistenza nascevano per portare aiuto ai cittadini con i mezzi di allora e la buona volontà di cittadini organizzati nelle comunità locali».
Un Paese a due velocità
Ronzi descrive quella che definisce «una sanità a due velocità». «Da un lato abbiamo un avanzamento tecnologico e scientifico enorme, sia negli ospedali sia nel tentativo di portare alta specializzazione sul territorio. Abbiamo strumenti di telemedicina che permettono diagnosi rapide e trattamenti immediati, anche guidati da remoto. Dall’altro lato abbiamo ancora ambulanze con a bordo personale volontario che svolge questa attività nel tempo libero e che non può prendere neppure un accesso venoso periferico».
Gli esempi clinici sono la parte più concreta del ragionamento. Nell’infarto miocardico acuto con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI), nell’ictus ischemico, nel politrauma, nello shock, nelle emorragie, nella gestione dei pazienti che hanno assunto sostanze e in molti altri casi dove spesso la Centrale non riesce a fare arrivare un sanitario nei tempi necessari.
«Sono tutte attività che richiedono una valutazione clinica e l’uso di protocolli sanitari specifici», sottolinea Ronzi. «Chiediamoci quale possa essere la capacità tecnica di rispondere a questi standard con la formazione oggi prevista per il soccorritore volontario. Nelle regioni più virtuose si arriva a un corso teorico-pratico di 120 ore; ma nella maggior parte delle regioni si opera con un corso BLSD e un corso trauma, e il totale spesso non raggiunge nemmeno le 30 ore».
Il ruolo dell’autista soccorritore
C’è poi il tema della guida in emergenza. «Continuiamo a dire che il personale delle ambulanze deve essere professionale. La figura dell’autista, con tutti i rischi che comporta verso chi trasporta e verso gli altri, non può essere un’attività svolta occasionalmente, prima o dopo il proprio lavoro, con l’aggravante delle ore di esposizione alla stanchezza». Da qui la richiesta storica di Federambulanze: «Il sistema deve evolvere verso una figura tecnico-sanitaria già presente in altri Paesi europei, il paramedico. E in assenza di questa scelta, e della volontà di costruirla, si deve arrivare alla presenza stabile dell’infermiere a bordo delle ambulanze e del autista-soccorritore professionale».
Netta anche la valutazione sul modello organizzativo attuale, affidato prevalentemente alle automediche. «Da anni pensiamo di risolvere tutto con alcune automediche che dovrebbero garantire la presenza sanitaria su ogni soccorso ritenuto necessario dalla centrale o dall’equipaggio. Non basta. La direzione deve essere un’altra: nessun paziente gestito senza che un sanitario lo abbia visto sul territorio».
La proposta: prima il sanitario, il volontariato a supporto
Il volontariato, per Federambulanze, non va cancellato ma ricollocato. «Se si vuole rafforzare il sistema del volontariato, lo si faccia per garantire il trasporto in ospedale dei pazienti che non richiedono assistenza sanitaria intensiva, ma solo dopo la valutazione dei sanitari. Solo dopo. E in supporto ai mezzi con sanitario a bordo, per i pazienti già gestiti e stabilizzati». Nei casi come quello di Bologna, aggiunge, «non ha senso fare ipotesi ma un sanitario, medico e/o infermiere, sul posto avrebbe garantito un altro tipo di assistenza».
Il presidente rivendica anche una funzione più ampia per il 118. «Con i sistemi di telemedicina più recenti si potrebbe svolgere molta più attività sul territorio, riducendo la centralizzazione verso gli ospedali e gli accessi impropri al pronto soccorso. Ma questo presuppone, a tutti gli effetti, un infermiere a bordo. Anzi, rende necessario che nasca e venga sviluppata una formazione specifica dell’infermiere d’ambulanza: la sola laurea in infermieristica può non bastare a dare gli strumenti professionali, e di sicurezza, per operare nel contesto dell’emergenza territoriale».
Resta l’amarezza per il modo in cui il tema torna di attualità. «Dispiace che si parli di professionalizzazione sempre e solo nel mezzo del circo mediatico che si crea davanti a casi drammatici», conclude Ronzi. «Anche quando emergono mille perplessità sull’operato durante un soccorso, la cosa più utile per i cittadini non è criminalizzare o stigmatizzare chi presta soccorso. È capire che il sistema sanitario italiano ha bisogno di un’evoluzione: una modifica immediata dell’organizzazione, perché nessun paziente sia gestito senza che un sanitario lo abbia visto, e un potenziamento reale del 118. E’assurdo pensare di spendere budget enormi per portare alta tecnologia negli ospedali e poi dover risparmiare sui professionisti che devono garantire di arrivare in ospedale vivi. L’emergenza-urgenza è una disciplina clinica. Non si può improvvisare per risparmiare: è una questione di vite umane».
